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Una riflessione sul nuovo corso dei Fratelli Musulmani

I Fratelli Musulmani* hanno eletto la nuova Guida Suprema. Si chiama Muhammad Badi’, è un docente universitario di veterinaria e figura di riferimento dell’ala conservatrice dell’organizzazione. Da tempo, due grandi correnti interne si contendono la leadership del gruppo: una progressista, decisa a perseguire un’agenda riformista tramite i canali istituzionali della politica, l’altra conservatrice, che propone una visione più tradizionalista della società e un ritiro completo dalla politica. Il risultato di queste elezioni è il prevedibile epilogo di una serie di ‘grandi manovre’ interne, da cui si poteva evincere chiaramente dove pendesse l’ago della bilancia. Un’ottima analisi di queste vicende si può leggere sul blog di Abdel Rahman Ayyash, un giovanissimo membro del movimento, il quale registra amaramente la vittoria del fronte conservatore.
Tuttavia in questa partita qualcun altro ha giocato sapientemente le proprie carte: il regime egiziano. Sul ruolo di quest’ultimo non ci si sofferma mai abbastanza, a mio avviso. Lo fa soltanto in parte Marc Lynch (Abu Aardvark), il quale, prima di Natale, commentava così l’elezione dei 16 membri del nuovo Guidance Bureau (Comitato Esecutivo) del gruppo, che  ha  visto prevalere ancora una volta la corrente conservatrice:

The results of the elections look like a repudiation from within of the choice by the MB to engage in democratic politics despite regime pressures, and likely signals both a withdrawal from political engagement and possibly some serious internal splits.  Such an internal retreat from democratic engagement has seemed increasingly likely […] as regime repression and political manipulation slammed the door in the face of MB efforts to be democrats.

Quello che non mi convince dell’analisi di Lynch è quel ‘despite regime pressures’ [malgrado le pressioni del regime]. Io avrei usato ‘thanks to’ [grazie a], e non è semplicemente una questione linguistica. Infatti la conformazione attuale del movimento islamista non è tanto, a mio avviso, il prodotto di un rigetto interno della via democratica, quanto il risultato delle pressioni esercitate dal regime di Mubarak. Le attività repressive si sono concentrate proprio sulla corrente riformista, lasciando campo libero a quella conservatrice. Il regime di Mubarak ha plasmato a suo piacimento uno degli attori politici più influenti del paese. Secondo Lynch il ritiro dei Fratelli Musulmani dalla scena politica è funzionale nel breve periodo, poiché il governo non vuole “turbolenze mentre si appresta a gestire la transizione da Hosni Mubarak al suo successore”.
Direi di più. Questa nuova leadership può assicurare stabilità ben oltre l’imminente fase di transizione. Perché con l’ala conservatrice alla guida dei Fratelli Musulmani, quello che resta immutato è l’elemento fondamentale della (narrazione) politica egiziana, in particolare, e del Medio Oriente in generale: il confronto tra i liberali impegnati a difendere le istituzioni democratiche e la minaccia sempre attuale del fondamentalismo islamico. Grazie a questo tipo di retorica, che domina da quasi 30 anni la dialettica politica del paese, la classe dirigente egiziana si è assicurata il supporto (piuttosto generoso) degli Stati Uniti, e la facoltà di governare secondo le leggi d’emergenza che consentono, tra le altre cose, l’applicazione della censura sui media e della giustizia militare sui civili. Un sistema, quello dei tribunali militari, che è spesso ‘riservato’ esclusivamente all’attivismo politico di qualsiasi colore. Questo rapporto di forze rimane inalterato, anzi, si consolida ulteriormente. Ecco perché il risultato delle elezioni non deve né sorprendere né far pensare a cambiamenti significativi. È ancora una volta evidente che il regime egiziano ha la piena facoltà di controllare, con la violenza se necessario, la vita pubblica nazionale.

* D’ora in poi, Muslim Brotherhood o MB.

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Questa voce è stata pubblicata il 17/01/2010 da in Commenti con tag , , .

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