Melone

Egitto: FBI, SSIS e islam radicale

Questo cablo riporta un incontro avvenuto nel 2007 tra Hassan Abdul Rahman, capo dei servizi di sicurezza egiziani (SSIS), e il vice-direttore del FBI John Pistole (07CAIRO3348). Nel meeting si parlava di condivisione di informazioni sensibili sugli estremisti, opinioni del governo egiziano sui Fratelli Musulmani, il problema dei reduci jihadisti dall’Iraq e la de-radicalizzazione dei movimenti jihadisti egiziani.

Il capo dell’intelligence egiziana loda “l’eccellente” rapporto di collaborazione tra SSIS e FBI. Ma quando Pistole gli propone di condividere informazioni e impronte digitali degli estremisti Abdul Rahman risponde picche: “largely unresponsive” nel rapporto. Se vuole, Pistole può dire a lui che provvederà a far controllare:

Later in the meeting, he offered that, “if you have the fingerprints or DNA samples of anyone who conducted an attack against any American anywhere, please pass it to us, and we can check our databases for information on the individuals.

“Dimmi che ti serve, cerco io”, non mi sembra una bella risposta da incassare. Soprattutto se chi la riceve nel 2010 ha finanziato l’esercito dell’interlocutore con “$1.3 billion“, in gran parte per la lotta ai terroristi se non erro. Ma andiamo avanti. La discussione sui Fratelli Musulmani vede Abdul Rahman impegnato in quello che il rapporto definisce “accorato monologo” sulla pericolosità dei Fratelli:

Abdul Rahman spoke at length about the Egyptian Muslim Brotherhood (MB), terming the group “terrorists, not political oppositionists.”  During a lengthy heartfelt monologue, Abdul Rahman asserted that, “you just do not understand the MB like we do.  It is an extremist group, from which all Islamic extremists have sprung, and even now, despite having changed tactics and not engaging in actual violent operations, it is still providing financial support to Hamas.”  Abdul Rahman opined that the MB’s “weight in the Egyptian street” is actually negligible, noting that, “the strength of the MB is much less than implied by their success in the 2005 parliamentary elections.”  He did not provide any further information to bolster this assertion.

Al punto n°4 si discute di cellule jihadiste egiziane all’estero. Il governo segue da vicino le attività delle cellule egiziane in “Iraq, Afghanistan, Pakistan, Yemen, Gaza e Libia” e passa le informazioni raccolte a “FBI e canali di intelligence”. Alla faccia delle missioni compiute (2003), secondo Adbul Rahman nel 2007 l’Iraq era “un enorme campo di addestramento per terroristi”:

Iraq is an enormous terrorist training camp. We are very concerned about what will happen when those terrorists who are Egyptian return from Iraq …. We had a major problem in the past with mujahideen returnees from Afghanistan, and are concerned about a similar phenomenon post-Iraq.

Il paragrafo n°5 si concentra sui due gruppi jihadisti egiziani: Gamaa e Jihad. Il primo ha avviato un processo di de-radicalizzazione, in seguito adottato anche dalla seconda organizzazione. Il capo dell’intelligence egiziana ritiene che questa mossa isolerà ulteriormente al Qaeda. Poi dice anche un’altra cosa: il governo egiziano ha lanciato un sito web per mostrare la revisione ideologica intrapresa da alcuni importanti esponenti della Gamaa:

Abdul Rahman said that the Egyptian government has launched an IG website featuring the group’s “corrected” ideology, and featuring “famed extremists” demonstrating that they now condemn violence, “which is a blow to AQ, because these condemnations are coming from people with credibility when it comes to violence.”  He asserted that, “we have recently witnessed an increased number of visitors to the website,” and averred that one-quarter of the site’s visitors are based in the U.S.

Il meeting si chiude con una discussione sui metodi di controllo del cyberspazio. L’America “cerca un equilibrio tra la libertà di espressione dei propri cittadini e il dovere di proteggerli”. Abdul Rahman è estremamente preoccupato da internet, poiché fornirebbe ai giovani egiziani il modo per radicalizzarsi prima ancora di partecipare a qualsiasi attività “reale”, rendendo impossibile qualsiasi attività di prevenzione:

[…] the internet is a very dangerous apparatus, and we need to understand how to address it in an effective way […] we are concerned by extremist websites, but we would never infringe on freedom of expression. […] a young Egyptian can become radicalized without even leaving his home – he just surfs various jihadi websites […] this makes it very difficult for any security agency to monitor.

Il suggerimento del vice-direttore del FBI, con cui si conclude il cablo, dovrebbe mettere la parola fine anche alla retorica delle “new media revolutions” a cui tanto si è ricorso durante le rivolte in Medio Oriente. Online, il controllo non è disciplina ma sorveglianza costante:

Pistole agreed that the phenomenon of “virtual radicalization” is challenging, and noted that in the U.S., the FBI prefers to monitor the continuing online conversations of extremists, so that the full scope of their activities can be uncovered, rather than disrupting the communications immediately.

Sui cables riguardanti i paesi arabi seguire l’apposita categoria di 30secondi.

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Questa voce è stata pubblicata il 31/03/2011 da in Notizie con tag , , , , , , , , , .

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